Notizia

19/04/2017 Bargouti uno sciopero carcerario e il New York Times - Storia

19/04/2017 Bargouti uno sciopero carcerario e il New York Times - Storia

Martedì, Israele è uscito dalla sua vacanza di una settimana di Pasqua, per essere accolto da una polemica su un articolo di opinione stampato dal New York Times. Il mondo politico israeliano è diventato balistico, con ogni leader che fa del suo meglio per superare gli attacchi dell'altro al New York Times. Yair Lapid, il capo effettivo dell'opposizione, ha scritto un articolo sul Times of Israel affermando: "Pubblicando un pezzo d'opinione pieno di storie dell'orrore inventate, il Times ha trascurato di dire ai suoi lettori che l'autore è un assassino, condannato per molteplici conteggi in un tribunale civile”.

Anche qui su Newsweek è stato pubblicato un articolo di Elliot Abrams che chiedeva perché il New York Times non avesse menzionato i crimini per i quali Barghouti era stato condannato. Martedì sera, le critiche avevano raggiunto un livello tale che il Times ha aggiunto una dichiarazione alla fine dell'editoriale di Barghouti che affermava: "Questo articolo ha spiegato la pena detentiva dello scrittore, ma ha trascurato di fornire un contesto sufficiente affermando i reati di cui è stato condannato. Erano cinque accuse di omicidio e appartenenza a un'organizzazione terroristica. Il signor Barghouti ha rifiutato di offrire una difesa al suo processo e ha rifiutato di riconoscere la giurisdizione e la legittimità della corte israeliana”. Anche il New York Times Public Editor ha scritto un articolo criticando la decisione originale del giornale, scegliendo di non elencare i crimini per i quali Barghouti è stato condannato, trascurando il contesto che la conoscenza di tali informazioni fornirebbe.

Mentre il New York Times fa un comodo sacco da boxe per le critiche, in realtà è stato riportato poco sulle affermazioni di Barghouti, su chi sia veramente, o se è per questo che lo sciopero cambierà qualcosa, sia all'interno che all'esterno della prigione.

Va notato in via preliminare che il caso di Barghouti è complicato. Da un lato, è popolare tra i palestinesi. È un sostenitore di lunga data del concetto di soluzione dei due stati, ovvero una soluzione pacifica al conflitto israelo-palestinese. Barghouti è definitivamente un possibile successore dell'attuale presidente palestinese Abbas. D'altra parte, Barghouti fu uno dei capi indiscussi della seconda intifiadah; un'intifada caratterizzata da attentati suicidi che hanno ucciso centinaia di civili israeliani, in tutto Israele. (Per una nota personale, durante questo periodo, le bombe sono esplose uccidendo decine di persone in un bar dall'altra parte della strada rispetto a dove viveva mia figlia in quel momento, e in una caffetteria dell'Università da cui era passata pochi minuti prima. simpatia personale verso Barghouti.)

Posso anche dire che mentre spero personalmente che possiamo trovare un modo per districarci dall'occupare i palestinesi in Cisgiordania - e credo che, per quanto un'occupazione sia ben intenzionata, non potrà mai essere morale per gli occupanti o buona per gli occupati - l'unico aspetto che non mi tiene sveglio la notte è come trattiamo i nostri terroristi condannati. Rispetto alle prigioni americane Super-Max, le condizioni nelle carceri israeliane sono eccellenti. L'elenco delle richieste che il gruppo di Barghouti ha pubblicato riguarda l'accesso a un telefono pubblico, la seconda visita mensile dei parenti e il ripristino degli studi accademici che una volta erano disponibili.

L'articolo di Barghouti era pieno di generalità relative all'occupazione, comprese le affermazioni di essere stato maltrattato quando era più giovane. Alcuni dei pochi dettagli forniti nell'articolo erano un'affermazione secondo cui il 90% dei palestinesi accusati sono stati condannati dai tribunali israeliani e un'accusa che Israele viola il diritto internazionale, creando particolari difficoltà alle famiglie "trasportando i prigionieri" nelle carceri all'interno di Israele. Naturalmente il lettore occasionale potrebbe essere perdonato per non sapere che la distanza massima da Ramallah (il centro della Cisgiordania) a una qualsiasi delle prigioni israeliane è inferiore a 100 miglia. Una distanza per la quale i parenti degli arrestati a New York sarebbero entusiasti – invece delle 340 miglia fino alla prigione di Attica – per non parlare di coloro che devono recarsi al Super Max a Fremont, in Colorado. Per quanto riguarda la questione del tasso di condanne degli accusati palestinesi, negli Stati Uniti, il tasso di condanne nei tribunali federali è di circa il 95%.

Barghouti ha organizzato lo sciopero principalmente come parte del suo tentativo di rafforzare la sua leadership all'interno del movimento palestinese. Al momento, non ha il sostegno di tutti i prigionieri di Fatah, né dei prigionieri di Hamas nelle carceri israeliane. Ha sostegno nelle strade palestinesi, sicuramente tra i tanti che hanno famiglia nelle carceri israeliane.

Sono certo che le nostre prigioni non siano una panacea e che la nostra occupazione crei chiaramente violazioni dei diritti umani. Tuttavia, considerando lo stato del Medio Oriente al momento, il trattamento dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane è a malapena sul radar di nessuno. Per coloro che desiderano trovare una via d'uscita dal nostro conflitto con i palestinesi e desiderano il giorno in cui i nostri figli non dovranno più essere occupanti in Cisgiordania, abbracciare un individuo direttamente responsabile dell'omicidio di numerosi civili israeliani non è il modo. Non ho dubbi che quando alla fine raggiungeremo la pace, Barghouti e altri che hanno commesso un omicidio contro i nostri fratelli saranno perdonati. Ma, fino a quel momento, i terroristi ei loro sostenitori dovrebbero essere trattati come i terroristi che sono.

Haifa Bus bombardamento 2000

Perché siamo in sciopero della fame nelle carceri israeliane?

PRIGIONE DI HADARIM, Israele — Avendo trascorso gli ultimi 15 anni in una prigione israeliana, sono stato sia testimone che vittima del sistema illegale israeliano di arresti arbitrari di massa e maltrattamenti dei prigionieri palestinesi. Dopo aver esaurito tutte le altre opzioni, ho deciso che non c'era altra scelta che resistere a questi abusi facendo uno sciopero della fame.

Circa 1.000 prigionieri palestinesi hanno deciso di prendere parte a questo sciopero della fame, che inizia oggi, il giorno che qui osserviamo come Giornata dei prigionieri. Lo sciopero della fame è la forma di resistenza più pacifica disponibile. Infligge dolore esclusivamente a coloro che partecipano e ai loro cari, nella speranza che il loro stomaco vuoto e il loro sacrificio aiutino il messaggio a risuonare oltre i confini delle loro celle oscure.

Decenni di esperienza hanno dimostrato che il sistema disumano di occupazione coloniale e militare di Israele mira a spezzare lo spirito dei prigionieri e della nazione a cui appartengono, infliggendo sofferenze ai loro corpi, separandoli dalle loro famiglie e comunità, usando misure umilianti per costringere alla sottomissione . Nonostante tale trattamento, non ci arrenderemo.

Israele, la potenza occupante, ha violato in più modi il diritto internazionale per quasi 70 anni, eppure ha ottenuto l'impunità per le sue azioni. Ha commesso gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra contro il popolo palestinese, i prigionieri, inclusi uomini, donne e bambini, non fanno eccezione.

Avevo solo 15 anni quando fui imprigionato per la prima volta. Avevo appena 18 anni quando un interrogatore israeliano mi ha costretto ad allargare le gambe mentre ero nudo nella stanza degli interrogatori, prima di colpirmi i genitali. Svenni per il dolore e la caduta che ne risultò mi lasciò una cicatrice eterna sulla fronte. L'interrogatore in seguito mi ha deriso, dicendo che non avrei mai procreato perché le persone come me danno alla luce solo terroristi e assassini.

Alcuni anni dopo, ero di nuovo in una prigione israeliana, a condurre uno sciopero della fame, quando nacque il mio primo figlio. Invece dei dolci che di solito distribuiamo per festeggiare tale notizia, ho distribuito sale agli altri prigionieri. Quando aveva appena 18 anni, a sua volta è stato arrestato e ha trascorso quattro anni nelle carceri israeliane.

Il maggiore dei miei quattro figli ora è un uomo di 31 anni. Eppure sono ancora qui, a portare avanti questa lotta per la libertà insieme a migliaia di prigionieri, milioni di palestinesi e il sostegno di tanti in tutto il mondo. Che cos'è l'arroganza dell'occupante, dell'oppressore e dei loro sostenitori che li rende sordi a questa semplice verità: le nostre catene saranno spezzate prima di noi, perché è nella natura umana ascoltare la richiesta di libertà a qualunque costo.

Israele ha costruito quasi tutte le sue prigioni all'interno di Israele piuttosto che nei territori occupati. In tal modo, ha trasferito illegalmente e con la forza civili palestinesi in cattività e ha utilizzato questa situazione per limitare le visite dei familiari e infliggere sofferenze ai prigionieri attraverso lunghi trasporti in condizioni crudeli. Ha trasformato i diritti fondamentali che dovrebbero essere garantiti dal diritto internazionale, compresi alcuni dolorosamente assicurati attraverso precedenti scioperi della fame, in privilegi che il servizio carcerario decide di concederci o di privarci.

Prigionieri e detenuti palestinesi hanno subito torture, trattamenti inumani e degradanti e negligenza medica. Alcuni sono stati uccisi durante la detenzione. Secondo l'ultimo conteggio del Club dei prigionieri palestinesi, circa 200 prigionieri palestinesi sono morti dal 1967 a causa di tali azioni. Anche i prigionieri palestinesi e le loro famiglie rimangono un obiettivo primario della politica israeliana di imporre punizioni collettive.

Attraverso il nostro sciopero della fame, cerchiamo di porre fine a questi abusi.

Negli ultimi cinquant'anni, secondo il gruppo per i diritti umani Addameer, più di 800.000 palestinesi sono stati imprigionati o detenuti da Israele, equivalenti a circa il 40% della popolazione maschile del territorio palestinese. Oggi sono ancora circa 6.500 i detenuti, tra cui alcuni che hanno il triste primato di detenere record mondiali per i periodi più lunghi di detenzione di prigionieri politici. Non c'è quasi una sola famiglia in Palestina che non abbia sopportato la sofferenza causata dall'imprigionamento di uno o più dei suoi membri.

Come spiegare questo incredibile stato di cose?

Israele ha stabilito un doppio regime legale, una forma di apartheid giudiziaria, che fornisce l'impunità virtuale per gli israeliani che commettono crimini contro i palestinesi, criminalizzando la presenza e la resistenza palestinesi. I tribunali israeliani sono una farsa di giustizia, chiaramente strumenti di occupazione coloniale e militare. Secondo il Dipartimento di Stato, il tasso di condanne per i palestinesi nei tribunali militari è quasi del 90%.

Tra le centinaia di migliaia di palestinesi che Israele ha catturato ci sono bambini, donne, parlamentari, attivisti, giornalisti, difensori dei diritti umani, accademici, personaggi politici, militanti, passanti, familiari dei prigionieri. E tutto con un unico scopo: seppellire le legittime aspirazioni di un'intera nazione.

Invece, le prigioni israeliane sono diventate la culla di un movimento duraturo per l'autodeterminazione palestinese. Questo nuovo sciopero della fame dimostrerà ancora una volta che il movimento dei prigionieri è la bussola che guida la nostra lotta, la lotta per la Libertà e la Dignità, il nome che abbiamo scelto per questo nuovo passo nel nostro lungo cammino verso la libertà.

Le autorità israeliane e il suo servizio carcerario hanno trasformato i diritti fondamentali che dovrebbero essere garantiti dal diritto internazionale, compresi quelli dolorosamente assicurati attraverso precedenti scioperi della fame, in privilegi che decidono di concederci o di privarci. Israele ha cercato di bollarci come terroristi per legittimare le sue violazioni, inclusi arresti arbitrari di massa, torture, misure punitive e severe restrizioni. Come parte dello sforzo di Israele per minare la lotta palestinese per la libertà, un tribunale israeliano mi ha condannato a cinque ergastoli e 40 anni di carcere in un processo spettacolo politico che è stato denunciato da osservatori internazionali.

Israele non è la prima potenza occupante o coloniale a ricorrere a tali espedienti. Ogni movimento di liberazione nazionale della storia può ricordare pratiche simili. Questo è il motivo per cui così tante persone che hanno combattuto contro l'oppressione, il colonialismo e l'apartheid sono con noi. La campagna internazionale per liberare Marwan Barghouti e tutti i prigionieri palestinesi che l'icona anti-apartheid Ahmed Kathrada e mia moglie Fadwa hanno inaugurato nel 2013 dall'ex cella di Nelson Mandela a Robben Island ha goduto del sostegno di otto premi Nobel per la pace, 120 governi e centinaia di leader, parlamentari, artisti e accademici in tutto il mondo.

La loro solidarietà espone il fallimento morale e politico di Israele. I diritti non sono concessi da un oppressore. La libertà e la dignità sono diritti universali inerenti all'umanità, di cui godono ogni nazione e tutti gli esseri umani. I palestinesi non faranno eccezione. Solo la fine dell'occupazione porrà fine a questa ingiustizia e segnerà la nascita della pace.


Il segnale e il rumore nell'opera di Barghouti

Domenica, Marwan Barghouti ha pubblicato un editoriale sul New York Times. A leggerlo senza essere esperto di affari israelo-palestinesi, verrebbe perdonato il pensiero che Barghouti sia il palestinese Martin Luther King che scrive il suo equivalente della lettera dal carcere di Birmingham. Barghouti ha usato l'editoriale per annunciare che sta conducendo uno sciopero della fame dei prigionieri palestinesi per protestare contro il loro trattamento da parte di Israele, ha scritto eloquentemente sulla lotta nazionale palestinese per la libertà e la dignità, sottintendendo che è stato imprigionato per motivi politici ed è stato identificato nella sua firma come "leader e parlamentare palestinese". Per coloro che sanno che Barghouti sta scontando cinque ergastoli consecutivi dopo essere stato condannato da un tribunale civile israeliano per omicidio e terrorismo nella sua qualità di aver orchestrato attentati suicidi come fondatore delle Brigate dei martiri di al-Aqsa, questo è stato oltraggioso, e il la rabbia diretta al Times ha portato a un chiarimento e a un rifiuto da parte dell'editore pubblico del giornale.

La maggior parte dell'attenzione – anche dal Primo Ministro Netanyahu, Yair Lapid e altri – è stata sul fatto che il New York Times ha dato a Barghouti una piattaforma per fare ogni sorta di affermazioni infondate e dipingersi in modo fuorviante come qualcosa che non è. Questa rabbia non è in alcun modo fuori luogo, e aiuta a far luce sul fatto che agli oppositori di Israele viene spesso concesso un beneficio del dubbio riguardo alle loro motivazioni e un'imbiancatura delle loro storie in misura allarmante. Ma l'importanza dell'editoriale di Barghouti non è il trattamento storico revisionista della sua biografia, è piuttosto il fatto che ha scelto di scriverlo ora e ciò che dice sulla politica palestinese che va avanti e lo sforzo americano per portare israeliani e palestinesi al negoziato tavolo.

Barghouti è un leggendario prigioniero palestinese in una società in cui ai prigionieri palestinesi viene concesso uno status elevato. La sua leadership nell'ultimo sciopero della fame dei prigionieri arriva sulla scia del suo primo posto nelle elezioni del Comitato centrale di Fatah a dicembre, consolidando il suo status di figura politica palestinese più popolare, mentre è stato messo da parte due mesi fa dall'attuale leadership come Mahmoud Abbas ha scelto Mahmoud al-Aloul come primo vicepresidente di Fatah. Le fatiche per sostituire Abbas sono iniziate seriamente qualche tempo fa, ma la decisione di Barghouti di prendere ora il manto dei diritti dei prigionieri facendo il più pubblico possibile sul giornale statunitense sembra uno dei segnali più chiari da parte sua intende far parte della futura conversazione sulla leadership.

Barghouti ha in qualche modo avuto vita più facile della maggior parte nonostante fosse in prigione, poiché lo ha protetto dal dover prendere qualsiasi decisione o impegnarsi nei compromessi quotidiani che sono coinvolti nella politica. È stato in grado di sedersi e crogiolarsi nella sua crescente popolarità mentre gli attuali leader di Fatah percorrono la linea sottile tra il coordinamento della sicurezza con Israele e il mantenimento del loro potere da una parte e la volontà popolare e il mantenimento della loro legittimità di base dall'altra. Non ha dovuto navigare nel campo minato dell'affrontare il governo di Hamas a Gaza e giocare il gioco della proclamazione dell'unità nazionale mentre si adoperava per usare il potere dell'Autorità Palestinese per soffocare Hamas. Più a lungo è in prigione, maggiore è il mito che lo circonda, e se Israele dovesse finire per concedere ai prigionieri qualche concessione a seguito di questo sciopero della fame, il potere e l'influenza di Barghouti saranno maggiori. Il fatto che stia facendo questo passo ora indica che pensa che una transizione di leadership arriverà prima piuttosto che dopo, e vuole anticipare le macchinazioni interne di Fatah che sono progettate per metterlo da parte.

Le ripercussioni di questo non si limitano a Barghouti e all'interno di Fatah che si contendono la posizione. È garantito che guidare un movimento di prigionieri palestinesi porterà a un più ampio fomentare in Cisgiordania e non renderà più facile il sonno dell'IDF o dello Shabak durante la notte. Non sto suggerendo che questo scatenerà un'intifada, ma potrebbe portare a un aumento della violenza e a un ulteriore sostegno alla posizione che il compromesso o addirittura l'impegno con Israele svende la causa nazionale palestinese. I politici palestinesi sono tenuti a seguire il sentimento pubblico e nessuno vorrà essere costretto a passare in secondo piano rispetto a Barghouti sulla questione della resistenza a Israele. Creerà una radicalizzazione più ampia all'interno dell'arena politica palestinese e indebolirà qualsiasi politico che assume un tono più moderato, mentre forse mina lo stesso Fatah in relazione ad Hamas.

Niente di tutto questo fa presagire bene per gli sforzi del presidente Trump di spingere le due parti verso il suo accordo finale, e se lo sciopero dei prigionieri non viene risolto rapidamente, sarà anche difficile per Abbas visitare la Casa Bianca la prima settimana di maggio. Abbas si è dimostrato un interlocutore difficile per il presidente Obama, notoriamente non rispondendo alla presentazione da parte di Obama nell'ufficio ovale di un quadro per un accordo sullo status finale nel 2014. Abbas sta venendo a Washington questa volta per incontrare un presidente la cui visione non è così pienamente formata sui dettagli, ma senza dubbio Trump gli chiederà di impegnarsi in qualcosa di più specifico che essere disposto a parlare. Sullo sfondo dei prigionieri in sciopero della fame e del tentativo di Barghouti di metterlo all'angolo, sarà un momento particolarmente infausto per Abbas tornare a Ramallah e annunciare che ha accettato di tornare ai colloqui con Israele senza prima ottenere alcuna concessione significativa. Mentre il senso di cupo fatalismo che ha avvolto la leadership palestinese all'elezione di Trump potrebbe essersi dissipato data la sua apparente volontà di spingere Netanyahu e il governo israeliano sugli insediamenti e la lodevole prestazione di Jason Greenblatt nella regione il mese scorso, ciò non significa che Abbas intende dare improvvisamente a Trump tutto ciò che vuole. La politica di Abbas a casa è ancora difficile e avere una Casa Bianca più amichevole di quanto si aspettasse non cambia il fatto che sia un leader politico debole senza la legittimità o le pedine per dire sì a qualsiasi accordo di pace globale. Questa mossa di Barghouti lo rende ancora più una realtà radicata.

La firma del New York Times di Barghouti era il tipo di cosa che spinge i politici israeliani e gli ebrei americani su un muro di frustrazione. Il sottotitolo, tuttavia, è solo una distrazione in questo caso da tutto ciò che sta accadendo. Se Barghouti inaugura una nuova era di radicalizzazione di Fatah, guarderemo indietro al focus sulla sottotitolo piuttosto che alla mossa politica sottostante come il vero oltraggio.


Lo sciopero della fame palestinese: "Le nostre catene saranno spezzate prima di noi..."

Potremmo considerare lo sciopero della fame di Marwan Barghouti come l'inizio di un finale vincente per i palestinesi.

Il 17 aprile, almeno 1.500 prigionieri palestinesi hanno lanciato uno sciopero della fame a tempo indeterminato, rispondendo a una chiamata del più famoso prigioniero palestinese di Israele, Marwan Barghouti. Capita anche che Barghouti sia il leader politico più popolare, molto più amato, fidato e ammirato del presidente dell'Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas. Barghouti sta scontando una serie di condanne a vita per il suo presunto ruolo nel dirigere un'operazione durante la Seconda Intifada in cui sono stati uccisi cinque israeliani.

Barghouti, che è in prigione da quindici anni, ha spiegato le ragioni dello sciopero come "tortura, trattamento inumano e degradante e negligenza medica", nonché il mancato rispetto degli standard legali internazionali relativi alle condizioni carcerarie durante un'occupazione militare . Anche il normalmente timido Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) ha riconosciuto le richieste dei prigionieri rilasciando una dichiarazione pubblica in cui affermava che la negazione delle visite familiari e il trasferimento di prigionieri palestinesi e detenuti al di fuori del territorio occupato nelle carceri israeliane erano violazioni delle norme del trattato internazionale stabilite nella Quarta Convenzione di Ginevra che disciplina l'occupazione belligerante.

Barghouti ha espresso le sue lamentele in un articolo pubblicato in modo alquanto sorprendente dal New York Times il 16 aprile—sorprendente perché Volte, un influente mezzo di comunicazione, nel corso degli anni è stato affidabile rispetto alle razionalizzazioni israeliane per le politiche e il comportamento contestati da Israele. Si scopre che il giornale era nervoso per questa deviazione dalla sua normale modalità operativa. Il pezzo di Barghouti è apparso solo nella sua edizione internazionale e aveva una nota editoriale qualificante allegata (corsivo nell'originale): “Questo articolo spiegava la pena detentiva dello scrittore, ma trascurava di fornire un contesto sufficiente affermando i reati per i quali era stato condannato. Erano cinque accuse di omicidio e appartenenza a un'organizzazione terroristica. Il signor Barghouti ha rifiutato di offrire una difesa al suo processo e ha rifiutato di riconoscere la giurisdizione e la legittimità della corte israeliana.

In rappresaglia per aver osato pubblicare questo pezzo di opinione, Barghouti è stato severamente punito. È stato immediatamente messo in isolamento, non gli è stato permesso di cambiarsi i vestiti nell'ultimo mese ed è ispezionato dalle guardie carcerarie quattro volte al giorno.

Il famigerato cane da guardia dei media ultra-sionisti canadese Rapporti onesti spiega sul suo sito web che il suo obiettivo è "difendere Israele dai pregiudizi dei media". Rapporti onesti ha espresso il suo sdegno condannando il New York Times per aver aperto le sue pagine a un "terrorista" palestinese condannato. assumendo la forma dell'apartheid che vittimizza il popolo palestinese nel suo insieme, e non solo coloro che vivono sotto occupazione. Se la Rapporti onesti fosse davvero onesto, esporrebbe il pronunciato pregiudizio dei media in Occidente proteggendo Israele dalla responsabilità internazionale e oscurando la gravità delle rimostranze palestinesi secondo il diritto e la morale internazionali.

Il trattamento da parte dei media mondiali di questo massiccio sciopero palestinese è tipico, sebbene tuttavia deludente. Dà scarsa attenzione al carattere drammatico di una tale protesta carceraria che è continuata per oltre un mese, stimolando molte manifestazioni di solidarietà in tutta la Palestina occupata, uno sciopero della fame di 24 ore da parte dei sudafricani tra cui l'eminente vicepresidente Cyril Rhamaposa e spettacoli diffusi di sostegno in tutta la diaspora palestinese. La reazione dell'Autorità Palestinese è stata evasiva, con Abbas che ha dato una dimostrazione di sostegno pubblico agli obiettivi dei prigionieri, mentre ha fatto sapere in privato che spera che lo sciopero finisca il prima possibile.

Il comportamento del servizio carcerario israeliano è una conferma indiretta del malcontento dei detenuti. In un sadico scherno, ai coloni israeliani è stato permesso di fare un barbecue nel parcheggio di fronte a una delle prigioni, apparentemente deridendo gli scioperanti della fame con l'aroma pungente della carne alla griglia. Peggio ancora, un falso video è stato distribuito dal funzionario della prigione che pretendeva di mostrare Barghouti mentre faceva uno spuntino nella sua cella. Questo tentativo di screditare lo sciopero e il suo leader è stato negato con rabbia. Khader Shkirat, l'avvocato di Barghouti, ha spiegato che non c'era modo di contrabbandare cibo a qualcuno in isolamento, soprattutto con frequenti perquisizioni nelle stanze. Alla fine è stato ammesso dai funzionari della prigione che il cibo era stato consegnato alla cella di Barghouti dalle guardie carcerarie che cercavano senza successo di tentarlo a rompere il digiuno. Barghouti, da parte sua, ha risposto tramite il suo avvocato: “Ho intenzione di intensificare presto il mio sciopero della fame. Non c'è retromarcia. Continueremo fino alla fine". Barghouti, 58 anni, secondo l'ultimo rapporto ha perso 29 libbre dall'inizio dello sciopero e ora ne pesa 119, pianificando di rifiutare anche l'acqua.

Anche se questo impegno terribile non viene portato a termine con una finalità potenzialmente cupa, non offusca il significato di ciò che è stato intrapreso e la grande riluttanza del mondo a focalizzare la sua attenzione su una tale dimostrazione di martirio non violento. Questo non è il primo sciopero carcerario palestinese motivato da condizioni carcerarie abusive e casi di detenzione amministrativa, arresto e incarcerazione senza alcuna accusa formale. Ma sembra essere la più consequenziale a causa della partecipazione di Marwan Barghouti insieme a tanti altri prigionieri palestinesi, oltre a produrre molte manifestazioni di solidarietà oltre le mura della prigione.

Come ha sottolineato Ramzy Baroud in un Al Jazeera articolo pubblicato il 10 maggio 2017, lo sciopero, pur avanzando richieste relative alle condizioni carcerarie, è in realtà un riflesso del calvario sottostante, quella che lui definisce “la realtà stessa della vita palestinese” è soprattutto “un invito a unità contro la faziosità e l'occupazione israeliana”. Le distrazioni create dalla presidenza Trump, dalla Brexit e dall'ascesa della destra europea e dai disordini in Medio Oriente hanno dato alla leadership israeliana lo spazio politico per spingere la loro agenda espansionistica verso un risultato imposto di uno stato ebraico che impone la sua volontà a due popoli distinti. Un simile gioco finale per questa versione dello sfollamento colonialista e della sottomissione della popolazione a maggioranza indigena estenderà la sofferenza palestinese nel breve periodo, ma col tempo minerà la sicurezza e la stabilità israeliane e porrà fine al lungo incubo palestinese.

La leadership britannica ha finalmente apprezzato i propri interessi, forgiando un compromesso politico nell'Irlanda del Nord sotto forma dell'Accordo del Venerdì Santo, che sebbene fragile e imperfetto, ha per lo più risparmiato a cattolici e protestanti ulteriori spargimenti di sangue. La leadership israeliana e statunitense crescerà in risposta agli imperativi morali e legali che richiedono una pace sostenibile e giusta tra questi due popoli prima che l'imperativo politico di un risultato così essenziale assuma forme più minacciose?

Contro ogni aspettativa, la leadership sudafricana alla fine è diventata così reattiva, ma solo dopo che è stata esercitata una pressione sufficiente a livello interno e internazionale. La leadership sudafricana ha prodotto una nuova alba rilasciando dal carcere il suo principale detenuto "terrorista", Nelson Mandela, e il resto è storia. Marwan Barghouti è chiaramente disponibile a svolgere un ruolo così storico in relazione a Israele. Sarebbe una tragedia se le ambizioni sioniste e la geopolitica guidata dagli americani impedissero che ciò accada! La strada verso la pace per Israele è simile alla strada verso la pace per l'apartheid in Sudafrica: smantellare il regime di apartheid che ora domina e discrimina il popolo palestinese su base sistematica e totalizzante. Un futuro così proiettato può sembrare un sogno, ma i sogni possono essere realizzati attraverso le dinamiche di una lotta per la giustizia. Se è così, possiamo considerare lo sciopero della fame di Barghouti come l'inizio di una vittoria finale palestinese.

È importante comprendere che lo sciopero della fame non è solo una pura forma di nonviolenza, ma è anche un sacrificio autoinflitto da coloro che cercano di manifestare in questo modo la loro opposizione allo stato di cose esistente, sperando di creare condizioni che produrre cambiamento. È un tipo estremo di resistenza che nella sua essenza è un appello alla coscienza e alla compassione dei suoi oppositori e dell'opinione pubblica in generale. Come ha scoperto Gandhi nel razzista Sudafrica, se quella coscienza e compassione non sono sufficientemente presenti all'interno di una data società, tali tattiche sono inutili e la resistenza violenta diventa l'unica alternativa alla sottomissione e alla disperazione. Israele è stato ripetutamente sfidato dai palestinesi a fare la cosa giusta, ma risponde sempre più trattando tutti i suoi avversari come "terroristi" indipendentemente dal loro comportamento, mentre continua a sfidare il diritto internazionale negando così i diritti più fondamentali al popolo palestinese e facendo ripetutamente affidamento su una forza eccessiva per salvaguardare il proprio dominio.


I prigionieri palestinesi affermano di essere puniti per lo sciopero della fame

Israele si è mosso rapidamente per combattere uno sciopero della fame di massa dei prigionieri palestinesi che chiedono condizioni migliori.

Da quando circa 1.100 palestinesi nelle carceri israeliane hanno lanciato lo sciopero lunedì, i funzionari qui hanno isolato e condannato il suo leader, il politico e terrorista palestinese Marwan Barghouti. Anche altri prigionieri in sciopero sono stati puniti e le proteste sono state sedate.

Marwan Barghouti è stato trasferito lunedì dalla sua solita prigione vicino ad Haifa, Hadarim, in isolamento nella vicina prigione di Kishon. Secondo quanto riferito, la mossa è stata una punizione per lo sciopero e per un saggio che ha scritto per spiegarlo, che è stato pubblicato domenica come editoriale sul New York Times.

Allo stesso tempo, i funzionari israeliani hanno cercato di ricordare al mondo che Barghouti è un assassino condannato e hanno condannato il Times per non averlo notato.

Nel suo articolo, Barghouti ha scritto: “Israele ha stabilito un doppio regime legale, una forma di apartheid giudiziario, che fornisce l'impunità virtuale per gli israeliani che commettono crimini contro i palestinesi, criminalizzando la presenza e la resistenza palestinesi. Non ci arrenderemo".

Il Times ha descritto Barghouti semplicemente come "un leader e parlamentare palestinese"..”

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha rilasciato una dichiarazione martedì, dicendo: "Chiamare Barghouti un 'leader politico' è come chiamare [il presidente siriano Bashar] Assad un 'pediatra'. Sono assassini e terroristi".

Assad trained as an ophthalmologist before becoming president.

The Coordinator for Government Activities in the Territories, which oversees relations between the Israeli army and the Palestinians, also slammed the newspaper for omitting Barghouti’s history.

“By referring to him only as a political figure, the Times failed to point out that after a fair trial in 2004, Barghouti was convicted of murder and carrying out terrorist acts and was therefore sentenced to five life sentences and an additional 40 years in prison,” COGAT wrote on Facebook. “Barghouti is a murderer of Israeli civilians.”


“Marwan Barghouti was convicted for murdering Israeli civilians,” the Coordinator for Government Activities in the Territories, or COGAT, which manages relations between the Israeli military and Palestinians in the West Bank and Gaza, wrote on Twitter.

The Times on Monday added an editor’s note to Barghouti’s op-ed acknowledging the original description “neglected to provide sufficient context by stating the offenses of which he was convicted,” and then noting those offenses.

Barghouti, the former leader of the ruling Palestinian party Fatah’s armed wing and its terrorist group, is serving five life terms for as many murders and 40 years for an attempted murder, which he was convicted of in Israeli civilian court. He was also implicated in and held responsible for four other terrorist attacks.

Israel Prisons Service officials are investigating whether the op-ed was smuggled out of prison by Barghouti’s lawyers or his wife, according to the Hebrew-language Ynet news website.

The officials have also cracked down on the rank-and-file hunger strikers and said they do not negotiate with prisoners. Palestinian prisoners at Meggido Prison in northern Israel said they have faced retaliatory measures, including having their radios, televisions and other electronic devices confiscated, Ynet reported.

“The prisons service has started taking disciplinary measures against the strikers and in addition a number of prisoners have been transferred to separate wings,” said Israel Prison Service spokesman Assaf Librati. “It is to be emphasized that the [prison service] does not negotiate with prisoners.

Israel has made concessions to end past hunger strikes, including one by some 1,500 Palestinian prisoners in 2012.

The latest strike is ostensibly an attempt to pressure Israel into improving the conditions for Palestinian prisoners. Barghouti has been calling for a strike since talks on the issue between prisoners’s representatives and the Israel Prison Service broke down last year. The strikers’ demands include more family visits, an end to solitary confinement, better health care and greater educational opportunities.

But many believe Barghouti orchestrated the strike to coincide with Palestinian “Prisoners Day” in an effort to demonstrate his political clout and send a message to Palestinian President Mahmoud Abbas and other Fatah leaders, who have lately sidelined him and his allies. Despite his imprisonment, polls suggest that Barghouti is the most popular choice to replace the aging and unpopular Abbas.

The perception among Palestinians that the strike has narrowly political aims may or may not help Israel contain it. Abbas and Hamas, the terrorist group that governs the Gaza Strip, have both expressed support. And protests Monday in support the striking prisoners broke out across the West Bank. At least 13 Palestinians reportedly injured in clashes with Israeli troops.

But so far, most of the more than 6,000 Palestinians in Israeli prisons have yet to join.


Friday saw fresh clashes across the occupied West Bank between Israeli security forces and Palestinians demonstrating in solidarity with the Freedom and Dignity hunger strike by Palestinian political prisoners. Daily protests began Monday, when tens of thousands staged angry demonstrations to mark Palestinian Prisoners’ Day and support the mass hunger strike.

Led by Marwan Barghouti, a leader of Fatah, the dominant faction in the Palestinian Liberation Organisation (PLO), the open-ended hunger strike is one of the largest in recent years. It involves some 1,500 prisoners in at least six jails from various Palestinian parties and factions.

It could precipitate a major political crisis for Prime Minister Benyamin Netanyahu, who faces a potential corruption charge, a coalition beset with factional infighting and signs of rising social discontent among Israeli workers.

The hunger strikers are seeking to highlight the appalling conditions of their detention in Israeli jails, which reflect the broader daily suppression of the Palestinian people. They are demanding an end to solitary confinement and the stringent restrictions on family visits that include a ban on bringing in books, clothing, food and other items, and taking photographs with relatives. They want Israeli authorities to resume bi-monthly family visits, install public telephones in every prison, provide air conditioners and restore kitchens.

Palestinian “security” prisoners are not even allowed to make phone calls to their families. Their families need Israeli permits to visit them, which are regularly refused on spurious “security” pretexts.

Many prisoners suffer from medical neglect. They have to pay for their own treatment and even then are not provided with adequate healthcare. Sick patients have even been denied water.

A crucial demand is for an end to administrative detention—prolonged imprisonment without charge, often indefinitely renewed—illegal under international law. Detention orders also violate Israeli law, which upholds the right to be informed of the nature and cause of an accusation and a speedy and public trial by an impartial jury in the state where the alleged crime was committed.

According to the Palestinian Central Bureau of Statistics, Israeli forces have detained more than 750,000 Palestinians since the start of the occupation after the 1967 June war. Almost every single family has had someone arrested and detained by the Israeli security forces.

There are currently 6,300 Palestinian political prisoners, around 500 of them in administrative detention on the orders of military courts, many for years on end, according to the Palestinian prisoners’ rights group, Addameer. More than 300 have been in jail since before the signing of the Oslo accords in 1993.

Among the prisoners are 13 members of the Palestinian Legislative Council (PLC), including a woman, Sameera al-Halayqah, and Fatah leader Barghouthi, who is serving five life sentences for offences arising out of the Palestinian uprising that started in September 2000.

Since October 2015, when a wave of political unrest erupted across the West Bank, East Jerusalem and Israel following attempts by right-wing Israeli Jews to hold prayers in the al-Aqsa mosque compound in the Old City, Israeli security forces have detained 10,000 Palestinians, most of whom were from occupied East Jerusalem. About one third of the current Palestinian detainees are children and teenagers, of whom 300 are minors.

Writing in an op-ed piece in the New York Times last Sunday, Barghouti said, “Palestinian prisoners and detainees have suffered from torture, inhumane and degrading treatment and medical negligence. about 200 Palestinian prisoners have died since 1967 because of such actions.”

Barghouti accused Israel of conducting “mass arbitrary arrests and ill-treatment of Palestinian prisoners,” adding that a hunger strike was “the most peaceful form of resistance available.”

Last week, Amnesty International called Israel’s treatment of Palestinian prisoners “unlawful and cruel.” Its latest report on Israel and the occupied Palestinian territories for 2016-17 said, “Torture and other ill-treatment of detainees remained rife and was committed with impunity.”

Regional director Magdalena Mughrabi said, “Israel’s ruthless policy of holding Palestinian prisoners arrested in the occupied Palestinian territories in prisons inside Israel is a flagrant violation of the Fourth Geneva Convention.”

Israel has responded with characteristic brutality. Security Minister Gilad Erdan has refused to negotiate over the strike, calling the prisoners “terrorists and murderers”, and suspended family visits.

The Israel Prison Service (IPS) said Barghouti would be “prosecuted in a discipline court” as punishment for his New York Times op-ed. The IPS has transferred Barghouti and several others to another prison, placing them in solitary confinement, confiscating their personal belongings and clothes, and banning them from watching TV, because, it said, calling for a hunger strike was against prison rules.

The IPS has set up a military field hospital in the Ktziot prison especially for hunger strikers and banned the future transfer of hunger strikers with deteriorated health conditions to any civilian hospital.

This follows the refusal of Israeli doctors to implement a law, passed in the wake of a prisoners’ hunger strike in 2015, permitting the force-feeding of prisoners if their life is in danger, which is in breach of Israel’s Patient Rights Act. The Israel Medical Association has called the law “equivalent to torture and every physician has the right to refuse to force-feed a hunger striker against his or her will.”

Rami Hamdallah, the prime minister of the Palestinian Authority (PA), issued a cynical statement of support for the hunger strikers. The PA has played no small part in Israel’s suppression of the Palestinians, arresting around 400 Palestinians at Israel’s request during 2016 alone. It routinely passes on information to Tel Aviv used for the detention, interrogation and torture of Palestinians.

Conditions for the Palestinians under Israeli occupation are dire. Official figures, a pale reflection of reality, show that unemployment was 18 percent in the West Bank and 42 percent in Gaza, while youth unemployment in Gaza was a massive 58 percent. Such are the poverty levels in Gaza that 80 percent of its residents receive some form of aid.

In the West Bank, the Israeli authorities severely restrict freedom of movement, particularly around the Israeli settlements and the so-called Security Wall. The Palestinians are subject to collective punishment for any retaliation against the almost daily attacks that settlers carry out with impunity. At the same time, the Palestinians face the threat of losing further land should Israel annex Area C, 60 percent of the West Bank and currently under Israeli military control, as ultra-right-wing forces are demanding.

In Gaza, the Palestinians have electricity for only six hours a day, thanks to Israel’s 10 year-long blockade and Gaza’s struggle with the PA over who is to pay the tax on diesel fuel from Israel to the power station upon which the electricity supply depends. With the PA desperately short of donor funds that have all but dried up, it has refused to continue paying the tax, cut pay for PA employees in Gaza by 30 percent and threatened to stop all monetary transfers to Gaza unless Hamas, the political faction that controls the enclave, submits to the PA’s authority.


Palestine’s Marwan Barghouti: Politics to hunger strike

People hold banners as they stage a demonstration in support of Palestinians who stage hunger strike in Israeli prisons, in Gaza City, Gaza on April 19, 2017.

RAMALLAH, Palestine

Jailed Palestinian politician Marwan Barghouti is currently leading a hunger strike inside Israeli prisons to demand better conditions for Palestinian prisoners.

In an article published this week in the New York Times, Barghouti -- a prominent member of Palestinian movement Fatah -- explained that the strike was the only means of pressing for the rights of jailed Palestinians.

Barghouti&rsquos article rattled Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu, who on Tuesday described the Palestinian leader as &ldquoa terrorist&rdquo.

The New York Times later changed its description of Barghouti, pointing out that he was convicted of murder by an Israeli court in 2004.

The Israeli authorities have since placed Barghouti -- along with other leaders of the hunger strike -- in solitary confinement.

The open-ended hunger strike was launched on Monday to coincide with Palestinian Prisoners Day.

The strikers&rsquo list of demands includes more frequent prison visits, better medical care and better treatment for female Palestinian prisoners.

Barghouti is viewed with considerable respect in Palestinian circles for his ongoing struggle against Israel&rsquos decades-long occupation and for his relatively moderate discourse when it comes to internal Palestinian affairs.

Barghouti was born in 1958 in the village of Kobar, located northwest of the West Bank city of Ramallah.

When he was 15 years old, he joined the Fatah movement of late Palestinian leader Yasser Arafat. Three years later, in 1976, he was arrested for the first time by the Israeli authorities.

Following his release in 1983, he enrolled in Ramallah&rsquos Bir Zeit University where he headed the student council and graduated with degrees in history and political science.

Barghouti later played a leading role in the first Palestinian Intifada (&ldquouprising&rdquo) against the Israeli occupation (1987-1994), during which he took part in resistance activities in the West Bank.

Israel arrested him -- again -- for his role in the uprising and deported him to Jordan, where he stayed seven years.

In 1989, at Fatah&rsquos 5th General Conference in Tunis, Barghouti was elected to the movement&rsquos influential Revolutionary Council, becoming its youngest-ever member.

In 1994, Barghouti returned to the West Bank following the signing of the Oslo peace agreement between Israel and the Fatah-led Palestine Liberation Organization (PLO).

Two weeks after his return, at a meeting of the Fatah leadership, Barghouti was unanimously elected to lead the movement in the West Bank, which -- despite the peace deal -- remained under Israeli occupation.

Two years later, he was elected to the Palestinian Legislative Council (parliament), which was established in the wake of the Oslo peace process.

Barghouti also played a prominent role in the Second Palestinian Intifada (also known as the &ldquoAl-Aqsa Intifada&rdquo), which erupted in 2000 after Israeli politician Ariel Sharon -- accompanied by scores of police -- forced his way into Jerusalem&rsquos Al-Aqsa Mosque compound.

When he was rearrested by Israeli authorities in 2002, Sharon -- serving as Israeli prime minister at the time -- said: &ldquoI regret Barghouti was arrested alive I would have preferred to see his ashes in a jar."

According to people close to Barghouti, the Fatah leader has been the target of several failed assassination attempts by Israeli intelligence agencies.

Price of freedom

In May of 2004, the Tel Aviv District Court convicted Barghouti -- who had led Fatah&rsquos armed wing during the uprising -- on five counts of murder.

He was slapped with a whopping five life sentences and an additional 40 years in prison.

Commenting on the stiff prison sentence, Barghouti said at the time: "If the price of my people's freedom is losing my own, I&rsquom willing to pay the price."

Following Arafat&rsquos death, Barghouti -- despite his incarceration -- competed with Mahmoud Abbas for the presidency of the Fatah-led Palestinian Authority.

But he later conceded his candidacy to head Fatah&rsquos electoral list in 2006 Palestinian legislative polls.

At the sixth Fatah congress in Bethlehem in 2009, Barghouthi was elected to Fatah&rsquos influential Central Committee. He was reelected at the movement&rsquos seventh congress, held in Ramallah in late 2016.

In 2010, Barghouti earned a doctorate in political science from the Arab League&rsquos Institute of Research and Studies. He then wrote his PhD dissertation while languishing in Israel&rsquos Hadarim Prison.

Barghouti wrote and published several books during his incarceration, including &ldquoThe Promise&rdquo, &ldquoResisting Arrest&rdquo and "A Day in Solitary Confinement".

Given his popularity among Palestinians, the Israeli authorities refused to include him in a 2011 prisoner swap between Israel and Gaza-based Palestinian resistance movement Hamas.


Behind bars, a famed Palestinian leads his people in a prison hunger strike

He has long been viewed as a future president of a Palestinian state, even as he is reviled by Israelis as a terrorist who is serving multiple life terms in prison for murder.

This week, Marwan Barghouti resurfaced in the public eye in a way that put Israel’s government on the defensive and seems likely to burnish his credentials among Palestinians. Barghouti began leading more than 1,000 fellow Palestinian inmates in a hunger strike to demand better conditions in Israeli prisons.

The hunger strike, an oft-used tool by Palestinian prisoners, is one of the largest in recent memory and marks the first time that Barghouti has served as the figurehead. Thousands took to the streets across the West Bank in solidarity on Sunday, the annual “Prisoners Day.”

Marwan is trying to be a leader in the field by organizing this hunger strike. This will make him more popular.

Radi Jarai, a political science lecturer at Al Quds University

In an opinion article published in the New York Times on Sunday, Barghouti, who is serving consecutive life sentences on five murder convictions, wrote that the strike is a form of “peaceful resistance” to Israel and that some 6,300 Palestinian prisoners are “the compass that guides our struggle, the struggle for Freedom and Dignity.”

Barghouti, who was jailed by Israel in 2002 at the height of a campaign of Palestinian suicide bombings and shooting attacks in Israeli cities, is seen by some as a potential peacemaker because of grassroots appeal among Palestinians and his support for negotiations with Israel. In 2004, he was convicted by a Tel Aviv district court of murder in three attacks that left five dead. He was also convicted of being a member of a terrorist group.

While some Israelis may see Barghouti as a potential peacemaker, that group does not include Prime Minister Benjamin Netanyahu, who wrote on Twitter that “calling Barghouti a ‘political leader’ is like calling [Syrian President Bashar] Assad a ‘children’s doctor.’”

But the Barghouti-led hunger strike isn’t just about making a statement to Israel and the international community, analysts say. Amid rising speculation about who will succeed Palestinian Authority President Mahmoud Abbas, 82, the demonstration is a reminder to rivals within his Fatah party that Barghouti — even after 15 years behind bars — remains a potent force.

“Marwan is trying to be a leader in the field by organizing this hunger strike. This will make him more popular,” said Radi Jarai, a political science lecturer at Al Quds University in East Jerusalem while walking with the demonstrators. Jarai said the strike has the potential to elevate Barghouti above other Fatah politicians vying to succeed Abbas, and fill the leadership vacuum in the Palestinian ruling party.

Barghouti, 57, has long been seen as the leader of a young generation of homegrown Fatah politicians who have been vying for years to win power from Abbas and an old guard of leaders in exile who returned to take control of Palestinian territories with Abbas and Yasser Arafat during the peace agreements of the 1990s.

A March poll by the Ramallah-based Palestinian Center for Policy and Survey Research found that Barghouti would win a plurality of 40% in a three-way race among Abbas and Hamas leader Ismail Haniyeh. If he were to run head to head against Haniyeh, he would win by a 23 percentage-point margin.

At the Fatah party congress last December, Barghouti was the top vote getter in polling for Fatah’s Central Committee, but the jailed militant was passed over when Abbas named a party deputy.

“Barghouti’s intended audience is as much Ramallah as it is Israel’s prison wardens,” wrote Grant Rumley, a researcher on Palestinian affairs at the Foundation for Defense of Democracies, a Washington-based institute focused on foreign policy and national security research. “In organizing a strike on this scale, Barghouti is sending a message to Abbas and the Palestinian people that he sees himself as the rightful successor to Abbas.”

In an interview with Israel Radio, Barghouti’s son Qassam denied that the strike was meant as a challenge to Abbas.

The hunger strikers have a list of nearly two dozen demands. They want Israel to install public phones in prisons, increase family visits arranged through the Red Cross, reinstate correspondence courses with Israel’s Open University, and end administrative detentions without trial.

How long the hunger strikers keep it up, and how much the strike resonates with the Palestinians in the coming weeks, will be a test of Barghouti’s sway.

Though the inmates are considered political prisoners and heroes among Palestinians, Israel’s government sees them as convicted terrorists and murderers who are “treated properly under international law,” according to a statement by Israel’s Foreign Ministry.

Barghouti, who learned Hebrew and absorbed Israeli history during earlier jail terms, was once touted by former Israeli Defense Minister Binyamin Ben-Eliezer as a potential peace partner with enough popularity to win support for a deal.

At the main Israeli checkpoint on the road from Ramallah, the de facto Palestinian capital, to Jerusalem, Palestinian motorists drive by a giant mural on Israel’s West Bank separation wall. It depicts Barghouti, with fists handcuffed, opposite an image of Yasser Arafat.

In effect, it equates Barghouti with the founding father of the Palestine Liberation Organization.

On Monday, a group of several dozen protesters marched from central Ramallah’s Arafat Square to the offices of the International Red Cross, holding pictures of the hunger-striking Palestinian prisoners and chanting, “With our souls and blood we will sacrifice ourselves for you, oh prisoner.”

Tamam Fuqaha, 53, stood with a picture of her son Alaa, who she said was jailed for about 16 years for shooting at Israeli soldiers and is one of the hunger strikers. The mother complained that Abbas and other leaders of the Palestinian Authority had spent too much time on negotiations with Israel and international diplomacy while neglecting to improve the conditions for the Palestinian prisoners.

Barghouti “is the only one that has supported the prisoners,” Fuqaha said, expressing hope he would one day succeed Abbas — even if he still remains behind bars. “He’s the only one who is sincere about the prisoners’ issues.’’


Newsmaker: Marwan Barghouti

Palestinian activist Marwan Barghouti, who is serving five life sentences after being convicted by an Israeli court in May 2004 of five murders linked to the activities of the Al-Aqsa Martyrs' Brigades. Jeremy Feldman / AP Photo

SHARE

I t isn’t the first time that imprisoned Palestinian activist Marwan Barghouti has written a controversial comment-article for a major newspaper in the United States. In fact, it isn’t even the first time that, in giving him a platform in the western media, an American newspaper has glossed over some details of the life of a man who is now 13 years into five life sentences handed down by an Israeli court in 2004.

On Tuesday, The New York Times was called out by its own public editor. It was, Liz Spayd wrote, vital to “fully identify the biography and credentials of authors [to] help people make judgements about the opinions they’re reading”.

But behind the smokescreen of protest from Israel this week over the “skimping” on the details of Barghouti’s author’s biography in the Times is a glimpse of an altogether more tantalising prospect – that Barghouti, orchestrator of a mass hunger-­strike this week among his fellow prisoners in Israel, may be shaping up to fulfil his long-touted potential as the Palestinian Mandela.

Marwan Hasib Ibrahim Barghouti was born into the extended family of the Barghouti clan in the village of Kobar, Ramallah, on June 6, 1959. That year also saw the birth of Fatah, the Palestinian national liberation organisation, which Barghouti joined in 1974, at the age of 15.

He was jailed for the first time in 1978, spending four years in prison for membership in an armed group. He put the time to good use, learning English and Hebrew, and finished his schooling and, upon his release in 1983, enrolled in Birzeit University to study history and political science. It was at Birzeit that he met his future wife, lawyer Fadwa Ibrahim, whom he married in 1984. They have four children.

The foundations of Barghouti’s political credibility within Fatah and the wider Palestinian community were laid three years later, when he rose to prominence as a leader during the 1987 uprising that became known as the First Intifada. Though the Palestinian revolt against Israel’s occupation of the West Bank and Gaza would drag on for five more bloody years, Barghouti’s role was terminated in 1987, when he was exiled to Jordan.

It was seven long years before he was able to return in 1994, under the terms of the Oslo Accords signed the previous year between the Palestine Liberation Organisation and Israel. Two years later he was elected to the new Palestinian Legislative Council.

But hamstrung politics would soon give way again to violence. As leader of the Tanzim, Fatah’s armed wing, Barghouti played a prominent role during the Second Intifada. This exploded in September 2000, in the wake of the collapse of the Middle East Peace Summit at Camp David and following the provocative visit by Ariel Sharon, at that time the leader of Israel’s Likud party, to the contested precinct that is the home of the Al-Aqsa mosque. This, Barghouti later said, was “the straw that broke the camel’s back”.

Barghouti became a wanted man, his capture ordered by a personal decree by then prime minister Sharon, according to an investigation last year by liberal-­leaning Israeli newspaper Haaretz , and this was the moment he chose to make his first appearance in the American press. In January 2002, billed only as “general secretary of Fatah on the West Bank”, he staked his claim as a force to be reckoned with in Palestinian politics with an op-ed article written for The Washington Post .

Beneath the provocative headline – “Want security? End the occupation” – there was the suggestion of an olive branch. Yes, for “years I languished as a political prisoner in an Israeli jail, where I was tortured”, Barghouti wrote. “But since 1994 … I have been a tireless advocate of a peace based on fairness and equality . I still seek peaceful coexistence between the equal and independent countries of Israel and Palestine based on full withdrawal from Palestinian territories occupied in 1967”.

Just three months later, Barghouti – “the ‘chief of staff of the intifada’, from Israel’s point of view” according to Haaretz – was tracked down and arrested. In May 2004, he was convicted of five murders linked to the activities of the Al-Aqsa Martyrs’ Brigades and received five life sentences.

In November 2007, Uri Avnery, a former member of the Israeli parliament and founder of the Gush Shalom peace movement, made what at the time seemed a surprising prediction. Barghouti, Avnery wrote in The New Internationalist , was “Palestine’s Mandela”, a man blessed with a “mysterious … charisma” and radiating “a quiet authority” who possessed the potential not only to heal the crippling Fatah-­Hamas rift but also to resolve the interminable Israeli-Palestinian conflict.

Barghouti’s followers, wrote Avnery, “believe that at the right time, when Israel comes to the conclusion that it needs peace, he will be released from prison and play a central role in the reconciliation – much as Mandela was released … in South Africa when the white government came to the conclusion that the apartheid regime could not be sustained”.

Barghouti is said to be an avid reader, consuming histories and biographies, including that of Nelson Mandela by the British author Anthony Sampson. In 2013, the campaign for Barghouti’s release, backed by eight Nobel Peace laureates, would be launched from Mandela’s old cell on Robben Island.

In 2009, Foreign Policy magazine took up the theme, highlighting “a growing acknowledgement among Israelis and Palestinians that Barghouti’s broad appeal and reformist streak offer the best prospects for peace”.

This, some observers have suggested, is the subtext behind the hunger-strike by more than 1,000 Palestinian prisoners, ordered this week by Barghouti, and the accompanying article in T he New York Times , datelined “Hadarim Prison, Israel”. This, The Times of Israel grudgingly concedes, is Barghouti’s “great gamble … a risky bid for political relevance”.

It is difficult to see what “risk” a man serving five life sentences might fear. But taken together, the strike and T he New York Times broadside serve to remind Israel, Palestine and the wider world that, at the age of 57, Barghouti is young enough and influential enough to be considered a viable successor to 82-year-old Mahmoud Abbas, the Palestinian president, who in October underwent his third cardiac surgery.

And in that alternative, Barghouti’s supporters believe, may be found the promise of peace and justice that has vexed and eluded the Palestinian people for so long.


Israel cracks down on thousands of hunger strikers, as Palestinians take to the streets in mass solidarity

Palestinian prisoners declared a mass open-ended hunger strike entitled “Freedom and Dignity” on Monday — Palestinian Prisoners day — eliciting an immediate crackdown from Israeli authorities.

Prisoners from across the political spectrum have pledged their allegiance to the strike, with some estimates reporting up to 2,000 participants. If the strike continues as planned, it will be the largest mass hunger strike undertaken by Palestinian prisoners in recent years. The strike was launched with the intentions of receiving a long list of demands (published at the bottom of this report).

Following the strike’s launch on Monday, Israeli authorities declared that hunger striking prisoners would be barred from family visits for as long as the strike continues. According to Issa Qaraqe, the head of the Palestinian Committee for Prisoners’ Affairs, hunger strikers have also been barred from visits from their lawyers, though it is unclear if that will be an ongoing policy throughout the strike.

According to official Palestinian media Wafa, the media committee of the striking prisoners reported that the prison administration in Ofer prison isolated all prisoners taking part in the strike, “stripped” them of their clothes, “forcing them to wear a special dark brown prison uniform,” and gave prisoners’ dirty blankets.

In addition, the leader of the strike, Marwan Barghouti, has been placed in solitary confinement.

(Image: Carlos Latuff)

Barghouti is one of the most popular living leaders among Palestinians in the occupied Palestinian territory and Israel. He was detained in 2002 and charged with five counts of murder and being a member of a “terrorist organization” — the Fatah movement’s armed wing. Barghouti denied the legitimacy of the Israeli courts at the time and refused a defense. The court sentenced him to five life sentences and 40 years in prison.

In an op-ed Barghouti wrote for the New York Times International Edition about the launch of his hunger strike (the piece did not appear in the NYT domestic edition), he explained why the strike was important to the Palestinian people.

“Israel has established a dual legal regime, a form of judicial apartheid, that provides virtual impunity for Israelis who commit crimes against Palestinians, while criminalizing Palestinian presence and resistance. Israel’s courts are a charade of justice, clearly instruments of colonial, military occupation. According to the State Department, the conviction rate for Palestinians in the military courts is nearly 90 percent,” Barghouti wrote.

“Among the hundreds of thousands of Palestinians whom Israel has taken captive are children, women, parliamentarians, activists, journalists, human rights defenders, academics, political figures, militants, bystanders, family members of prisoners. And all with one aim: to bury the legitimate aspirations of an entire nation.”

According to an Associated Press report, Israeli Minister of Public Security Gilad Erdan on Tuesday vowed not to negotiate with the hunger strikers.

“These are terrorists and incarcerated murderers who are getting exactly what the international law requires,” he told Israel’s Army Radio. “My policy is that you can’t negotiate with prisoners such as these… There is no reason to give them additional conditions in addition to what they already receive.”

While Israel has been accused of breaking international law in multiple ways with Palestinian prisoners, one glaring violation is the fact that all but one of the prisons used to jail Palestine prisoners from the occupied West Bank are located in Israel, in direct contravention of international law, which requires an occupying power to imprison those from occupied territory within the occupied land. The forcible deportation of Palestinian prisoners to Israel constitutes a war crime under international law.

During the radio interview, Erdan added that Israel has established field hospitals outside the prisons to respond to any immediate medical needs. Palestinians are concerned that the field hospitals could be more likely to “force feed” hunger strikers, something civilian hospitals, with the support of Physicians for Human Rights-Israel, have refused to do.

According to the Jerusalem Post, the Israeli Prison Service declared that “Prisoners who decide to strike will face serious consequences.”

Palestinian legislator Hanan Ashrawi called Israel’s “efforts to crush” the hunger strike “draconian” and condemned the “punitive measures” taken by the state.

During a march in Bethlehem many demonstrators brought photos of their loved ones currently serving time in Israeli prisons. (Photo: Mondoweiss/Sheren Khalel)

Mass Palestinian Solidarity

While Israel has cracked down on the hunger strikers, Palestinians across Israel and the occupied Palestinian territory showed their support through mass demonstrations on Monday.

Israeli soldiers shot copious amounts of tear gas at the protest, as well as rubber bullets and sponge rounds. (Photo: Mondoweiss/Sheren Khalel)

In the occupied West Bank, there were protests at Ramallah’s Ofer Prison, and the city’s Betuniya village, as well as in Hebron, Jenin, Nablus, Tulkarem, Bethlehem and more, according to local and social media.

In Bethlehem alone, thousands of Palestinians took the streets, marching in solidarity with the protesters. The march, which started around noon, broke out into clashes after youth began throwing rocks at the separation wall. Israeli forces responded with sponge rounds and copious amounts of tear gas. Clashes went on for hours, while later in the afternoon, Dheisheh refugee camp put on a Dabka concert, where youth from the community performed traditional Palestinian dance, dressed in black and focused on Palestinian prisoners. Leaders of the community also gave speeches in support of the hunger strike. In front of the city’s most popular tourist attraction, the Nativity Church, a large tent has been set up to educate people about the strike. The tent will be a permanent installation as long as the strike continues.

Protests also took place in the Haifa district’s town of Umm al-Fahm and in Gaza, according to Ma’an News Agency.

There are currently 6,000 Palestinians being held in Israeli jails, including 500 being held without charge or trial and 300 children, according to prisoners’ rights group Addameer.

A young man crouches down, before launching a stone toward Israeli forces (Photo: Mondoweiss/Sheren Khalel)

List of demands as published by Ma’an News, with editor’s notes by Mondoweiss

  1. Install a public telephone for Palestinian detainees in all prisons and sections in order to communicate with their families.
  2. Visits:
  • Resume the second monthly visits for Palestinian prisoners that were halted by the International Committee of the Red Cross last year. (Editor’s Note: ICRC transportation is the only approved method for families to visit loved ones in prison, due to funding constraints, ICRC reduced twice a month transportation to once a month)
  • Ensure the regularity of visits every two weeks without being prevented by any side.
  • First- and second-degree relatives shall not be prevented from visiting the detainee.
  • Increase the duration of the visit from 45 minutes to an hour and a half.
  • Allow the detainees to take pictures with their families every three months.
  • Establish facilities to comfort the families of detainees.
  • Allow children and grandchildren under the age of 16 to visit detainees.
  1. Assistenza sanitaria:
  • Shut down the so-called Ramla Prison Hospital, because it does not provide the adequate treatment. (Editor’s Note: Legal representatives of Palestinian prisoners often report inadequate levels of medical treatment at Ramla Prison Hospital)
  • Terminate Israel’s policy of deliberate medical negligence.
  • Carry out periodic medical examinations.
  • Perform surgeries to a high medical standard.
  • Permit specialized physicians from outside the Israeli Prison Service to treat prisoners.
  • Release sick detainees, especially those who have disabilities and incurable diseases.
  • Medical treatment should not be at the expense of the detainee.
  1. Respond to the needs and demands of Palestinian women detainees, namely the issue of being transported for long hours between Israeli courts and prisons.
  2. Transportation:
  • Treat detainees humanely when transporting them.
  • Return detainees to prisons after the visiting clinics or courts and not further detain them at crossings.
  • Prepare the crossings for human use and provide meals for detainees.
  1. Add satellites channels that suit the needs of detainees.
  2. Install air conditioners in prisons, especially in the Megiddo and Gilboa prisons.
  3. Restore kitchens in all prisons and place them under the supervision of Palestinian detainees.
  4. Allow detainees to have books, newspapers, clothes and food.
  5. End the policy of solitary confinement.
  6. End the policy of administrative detention. (Editor’s Note: Administrative Detention is an Israeli policy under which Palestinians are held without charge or trial for renewable six months periods)
  7. Allow detainees to study at Hebrew Open University.
  8. Allow detainees to have end of high school (tawjihi) exams in an official and agreed manner. (Editor’s Note: Without passing official Tawjihi high school exams, Palestinians are unable to be hired in many employment fields and barred from attending university in the occupied Palestinian territory. The exam is noted as arguably one of the most difficult high school level exams in the world and takes weeks of studying and preparation)

So where are the Palestinian voices in mainstream media?

Mondoweiss covers the full picture of the struggle for justice in Palestine. Read by tens of thousands of people each month, our truth-telling journalism is an essential counterweight to the propaganda that passes for news in mainstream and legacy media.

Our news and analysis is available to everyone – which is why we need your support. Please contribute so that we can continue to raise the voices of those who advocate for the rights of Palestinians to live in dignity and peace.

Palestinians today are struggling for their lives as mainstream media turns away. Please support journalism that amplifies the urgent voices calling for freedom and justice in Palestine.


Guarda il video: Il caso Rosselli un delitto di regime 2007. Documentario completo, Istituto Luce. Storia. (Gennaio 2022).